L’EUROZONA NON E’ UN’AREA VALUTARIA OTTIMALE, IL CROLLO DELL’EURO ERA GIA’ SCRITTO

pubblicato da: tempesta-perfetta.blogspot.it 22 marzo 2012

 

 

Forse non tutti conoscono la teoria dell’area valutaria ottimale (AVO in italiano e OCA in inglese, Optimum Currency Area), che descrive i criteri per i quali due o più stati possono avere dei vantaggi e delle convenienze economiche ad abbandonare le loro monete nazionali e ad adottare un’unica moneta comune. Questa teoria è stata tirata in ballo più volte per dimostrare che l’Unione Monetaria Europea non poteva reggere a lungo perché non rispettava quasi nessuno dei criteri richiesti per la creazione di un’area valutaria ottimale.
In un periodo in cui l’euro sta dimostrando tutti suoi limiti e la sua debolezza, forse è bene fare un ripasso della teoria dell’area valutaria ottimale, per dimostrare ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno (e forse in questa fase storica di oscurantismo culturale il bisogno c’è e eccome) che quando l’intelligenza e la razionalità umana si mette al lavoro per descrivere il reale funzionamento dei fenomeni non c’è fanatismo di sorta che regga. Nonostante abbiano tutti i dati e le evidenze contro, i fanatici tecnocrati europei, i loro politici fantoccio, i giornalisti e gli economisti di regime a loro devoti sono infatti gli unici ad essere ancora convinti che l’euro va bene così com’è e indietro non si torna.
Ma andiamo per gradi. La teoria delle aree valutarie ottimali è stata elaborata dall’economista canadese Robert Mundell nel 1961, con la pubblicazione di un articolo in cui venivano esposti i vantaggi e gli svantaggi del regime dei cambi fissi o flessibili delle monete, stabilendo quindi i criteri per cui un regime di cambio fisso (area valutaria o unione monetaria fra due o più stati) risulta preferibile rispetto all’adozione di un regime di cambio flessibile (oscillazione libera dei tassi di cambio delle monete di due o più stati). Mundell prese in considerazione come modello di indagine la più grande unione monetaria esistente in quel periodo, gli Stati Uniti d’America, per fare poi delle considerazioni generali sui paesi che avrebbero avuto convenienza a fare accordi di tipo monetario (area valutaria con banda di oscillazione rigida dei cambi) o addirittura ad adottare la stessa moneta (unione monetaria).
 
In verità la questione era stata sollevata nel 1953 da un altro economista americano, Milton Friedman, il quale sosteneva che in un’area o regione in cui si presentava una notevole rigidità sia dei salari che dei prezzi sarebbe stato meglio adottare tassi di cambio flessibili fra i paesi interessati in modo da riuscire a realizzare contemporaneamente gli obiettivi di equilibrio interno (piena occupazione, stabilità dei prezzi etc) e di equilibrio esterno (pareggio della bilancia dei pagamenti con l’estero). Friedman affermava che una piccola variazione spontanea o intenzionale (svalutazione competitiva esterna) del tasso di cambio della moneta nazionale sarebbe stata molto più efficace di una revisione di migliaia di salari e prezzi individuali.
 
 
Ricordiamo che a livello internazionale siamo ancora nel periodo in cui vigevano gli accordi di Bretton Woods, tramite i quali era stato stabilito nel 1944 un anomalo regime di cambio fisso di tipo gold exchange standard, in cui tutte le monete nazionali potevano essere scambiate rigidamente con il dollaro e solo quest’ultimo era convertibile in oro, tramite un ancoraggio altrettanto fisso (35 dollari equivalevano ad un’oncia d’oro). Quindi il dibattito sulla validità del regime di cambio fisso o flessibile si era fatto piuttosto acceso ed è appunto in questo contesto che si inserisce la ricerca di Mundell.
 
 
Mundell prese spunto dal lavoro dell’economista James Meade (1957), il quale riteneva che una moneta unica in Europa non avrebbe mai potuto funzionare efficacemente a causa della scarsa mobilità dei lavoratori tra i vari paesi europei, capace di compensare eventuali crisi di domanda aggregata in una nazione. Mundell allargò ancora di più questa visuale di osservazione nel suo modello teorico, argomentando che un’area valutaria o unione monetaria ottimale è una regione geografica in cui si verifica un’elevata mobilità dei fattori produttivi (capitale e lavoro). Solo in questa maniera una regione nel suo complesso è in grado di superare i cosiddetti shock asimmetrici, ovvero le congiunture economiche temporanee che colpiscono soltanto alcuni particolari settori produttivi o paesi della regione.     
 
Per capire meglio i ragionamenti di Mundell bisogna però fare qualche passo indietro e spiegare sinteticamente alcuni concetti chiave di macroeconomia classica, in particolare quelli che riguardano il prodotto interno lordo (PIL) di una nazione o di un’area geografica, che corrisponde ai beni e servizi prodotti e consumati in un dato periodo all’interno di quell’area e quindi indirettamente alla somma complessiva dei redditi dei lavoratori e dei profitti delle imprese operanti in quella stessa area. Possiamo scrivere che il PIL nazionale, indicato con la lettera Y (yield, reddito) è uguale a: 
 
Y = C + G + I + (X − M)
 
dove C sono i consumi finali, G è la spesa dello stato, I gli investimenti, X le esportazioni e M le importazioni; l'identità vale in quanto la quota del prodotto destinata alla vendita ma non effettivamente venduta si traduce in un aumento delle scorte, che sono una componente degli investimenti. Ora se noi definiamo con i termini di domanda aggregata (AD, aggregate demand) e offerta aggregata (AS, aggregate supply) la domanda e l’offerta complessiva di beni e servizi presenti nell’area specifica, possiamo scrivere anche che:
 
AD = C + G + I + X
 
AS = Y + M
 
Riprendiamo adesso il modello di Mundell e supponiamo che due paesi (Francia e Germania) formino un'unione monetaria (regime di cambio fisso o moneta unica) e consideriamo che si verifichi per qualche ragione uno spostamento della domanda in un particolare settore (shock asimmetrico): ipotizziamo per esempio che i consumatori modifichino le preferenze, passando dall’acquisto di determinati prodotti francesi a quelli tedeschi. Graficamente, possiamo tracciare come segue le curve di equilibrio di domanda e offerta aggregata dei due paesi.
 
 
 
 
 
Entrambi i paesi dovranno fronteggiare un problema di aggiustamento, perché in Francia si è verificata una traslazione della domanda verso il basso, con una produzione minore, riduzione dei prezzi e maggiore  disoccupazione, mentre la Germania è entrata in una fase di espansione, con pressioni al rialzo dei prezzi, aumento della produzione e della domanda di lavoro e conseguente flusso positivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti (dato che sono aumentate le esportazioni).
 
 
Ora, in un regime di cambi flessibili, come sosteneva Friedman, i due paesi avrebbero potuto affidarsi al meccanismo automatico o volontario di aggiustamento dei tassi di cambio per riequilibrare le curve di domanda e offerta aggregata, dato che la moneta francese si sarebbe svalutata e quella tedesca apprezzata, riportando i consumatori alle precedenti preferenze. Ma in una unione monetaria tutto ciò non può avvenire e si può soltanto agire principalmente su tre fattori:
 
 
1)   flessibilità salariale
 
2)   flessibilità dei prezzi
 
3)   mobilità del lavoro
 
 
 
      
 
Tramite la flessibilità dei salari e dei prezzi possiamo assistere ad una riduzione dei prezzi e dei salari in Francia, che trascinano verso il basso l’offerta e contemporaneamente riportano in alto la domanda dei prodotti francesi che sono diventati più competitivi, ristabilendo la condizione di equilibrio dei flussi commerciali fra Germania e Francia. Analogamente in Germania si assisterà ad un fenomeno opposto, ovvero aumento dei salari e dei prezzi, con le traslazioni rispettive sia verso l’alto dell’offerta che verso il basso della domanda aggregata.
 
 
E’ chiaro che affinchè si raggiungano tali nuovi equilibri, le economie dei due paesi in questione dovrebbero essere strettamente integrate dal punto di vista commerciale, in modo che una piccola diminuzione dei prezzi dei beni prodotti nel paese in perdita, la Francia, porterebbe ad un aumento non trascurabile della domanda da parte dei consumatori del paese in surplus, la Germania.
 
 
In mancanza di questa flessibilità dei salari e dei prezzi e della necessaria elasticità della domanda, il fattore fondamentale diventa la mobilità del lavoro: i lavoratori francesi disoccupati si trasferiscono in Germania dove c'è un eccesso di domanda di lavoro. Ciò elimina la necessità di far diminuire i salari in Francia e di aumentarli in Germania: il problema della disoccupazione in Francia scompare e le pressioni inflazionistiche dovute all’aumento dei salari in Germania svaniscono.
 
 
Tuttavia, se queste condizioni non sono soddisfatte il problema dell'aggiustamento non verrà risolto: se i salari e i prezzi in Francia non diminuiscono, nonostante la disoccupazione e i lavoratori francesi non si trasferiscono in Germania, il calo di produzione in Francia assumerà la forma di inflazione in Germania (in via ipotetica perché in realtà già sappiamo che i tedeschi hanno sempre agito tramite la contrazione rigida dei salari e dei consumi interni per mantenere un regime di inflazione basso, per via della loro aggressiva propensione mercantilista).
 
 
Riassumendo quindi possiamo dire che se i salari e i prezzi sono rigidi e se la mobilità del lavoro è limitata, i paesi che formano un'unione monetaria incontreranno maggiori difficoltà ad adeguarsi a variazioni della domanda rispetto a paesi che hanno mantenuto le proprie valute nazionali e che quindi possono ricorrere a manovre spontanee o volontarie di aggiustamento dei tassi di cambio delle rispettive monete (svalutazione e rivalutazione). Mentre un'unione monetaria tra due o più paesi è ottimale se sono soddisfatte le seguenti condizioni: flessibilità salariale, flessibilità dei prezzi e mobilità del lavoro.
 
 
Abbiamo volutamente tenuto da parte il fattore della mobilità dei capitali perché la faccenda in questo caso è un po’ più complessa e va esaminata con maggiore attenzione, dato che spesso dipende da decisioni politiche esterne ai flussi economici e un’impostazione errata di questo fattore (come è avvenuta e avviene tuttora nell’eurozona) può causare una rapida deriva dell’intera area valutaria o unione monetaria. Innanzitutto dobbiamo distinguere fra capitale fisico (mezzi di produzione, stabilimenti, capannoni industriali) e capitale finanziario.
 
 
Le variazioni del capitale fisico e, ove possibile, la sua mobilità possono costituire un rimedio per compensare persistenti disparità regionali all’interno dell’area valutaria, mentre a causa dei notevoli costi e delle difficoltà di spostamento delle strutture produttive è sicuramente sconsigliabile in caso di shock asimmetrici temporanei.
 
 
I trasferimenti del capitale finanziario invece possono avvenire attraverso due canali principali, quello pubblico e quello privato. La libera circolazione dei capitali privati attraverso gli investimenti finanziari favorisce sicuramente la distribuzione del rischio di uno shock asimmetrico fra i paesi dell’area valutaria, ma gli effetti spesso sono limitati e provvisori. Riprendendo l’esempio della Francia e della Germania, se i mercati finanziari dei due paesi sono completamente integrati e i francesi investono molto in azioni di aziende tedesche e così i tedeschi, parte dei titoli delle imprese francesi, che subiscono una riduzione del prezzo, potrebbe essere detenuta da cittadini tedeschi e parte dei titoli delle imprese tedesche, il cui prezzo è aumentato, rimarrebbe fra le disponibilità da cittadini residenti francesi.
 
 
In questo caso si assisterebbe ad una sorta di compensazione delle perdite, che però come giustamente hanno sottolineato diversi economisti può avere solo carattere temporaneo per tamponare nel breve periodo eventuali squilibri interni ed esterni, mentre per soluzioni strutturali sarebbe necessario ricorrere ad adeguate misure di politica economica e fiscale. Inoltre questo trasferimento di capitali privati riguarderebbe una ristretta fascia di cittadini abbienti che possiede cospicui portafogli di attività finanziarie, mentre gli effetti redistributivi verso le fasce più deboli e meno tutelate sarebbero minimi.
 
 
Nel caso invece di trasferimenti di capitale pubblico bisogna ipotizzare all’interno dell’area valutaria un’unione fiscale completa, che venga gestita a livello centralizzato di bilancio da un unico organismo politico e finanziario. Il governo centrale avrebbe il compito di raccogliere parte o tutte le entrate fiscali delle varie regioni e redistribuirle in modo da limitare gli squilibri finanziari all’interno dell’area. I trasferimenti di capitale pubblico potrebbero avere carattere strutturale e continuativo di lungo termine per sostenere le aree tradizionalmente più depresse, o solo temporaneo di breve periodo in caso di shock asimmetrici passeggeri.
 
 
Questo è il tipico caso di organizzazione fiscale degli stati federali americani, dei lander tedeschi e delle regioni italiane e ha come unica controindicazione il cosiddetto moral hazard, ovvero lo stato o la regione che beneficia di questi trasferimenti permanenti di capitale pubblico potrebbe assumere con il tempo dei comportamenti di attesa passiva che ostacolano gli altri meccanismi di aggiustamento mediante le variazioni salariali o tramite la mobilità del lavoro.       
 
 
Nel corso degli anni il modello originario delle aree valutarie ottimali di Mundell è stato aggiornato grazie ai contributi di altri economisti come Ronald McKinnon (1963), Peter Kenen (1969), Marcus Fleming (1971), che possiamo riassumere in questi ulteriori requisisti:

 

  • Grado di apertura dell'economia: quanto più un'economia è aperta agli scambi internazionali tanto meno è soggetta gli effetti di variazioni nei tassi di cambio negli scambi con un particolare paese, anzi la rigidità dei tassi cambio dell’area valutaria potrebbe essere vista come un fattore di stabilità, in quanto riduce i costi di transazione e i rischi di cambio associati alla presenza di più valute
 
  • Diversificazione produttiva: un'area valutaria è tanto più efficace quanto più è diversificata, perché un calo della domanda in un determinato settore può essere compensato dall’aumento della domanda in un altro settore, evitando il drastico innalzamento del livello di disoccupazione causato dalla crisi di un’economia tipicamente monoproduttiva
 
  • Integrazione fiscale: le politiche fiscali unificate all’interno di un’area valutaria rendono più sostenibili i problemi derivanti da oscillazioni nelle esportazioni combinate con una imperfetta mobilità del lavoro, perché come abbiamo già visto possono avere effetto redistributivo a lungo termine e stabilizzante a breve termine
 
  • Convergenza dei tassi di inflazione: in un'area valutaria o in un’unione monetaria caratterizzata dalla presenza di un’unica moneta i tassi di cambio sono fissi solo nominalmente; se vi sono differenze nei tassi di inflazione, cambiano comunque i tassi di cambio reali: se il paese A ha un'inflazione più bassa del paese B, i prezzi dei suoi beni sono minori di quelli del paese B e ciò comporta una sottovalutazione della valuta di A e una sopravvalutazione di quella di B, che crea evidenti squilibri macroeconomici in termini commerciali; per tornare ad una situazione di equilibrio, A dovrebbe rivalutare e B dovrebbe svalutare, ma dal momento che questo non è possibile in un regime di cambi fissi, le differenze nei tassi di inflazione tra i paesi di un’area valutaria avrebbero comportato una maggiore tendenza a sviluppare squilibri persistenti all’interno dell’area, con conseguente difficoltà ad uniformare e conciliare un’elevata occupazione e una ragionevole stabilità dei prezzi 
 
  • Minime differenze culturali: i paesi che decidono di formare un’area valutaria devono necessariamente avere una certa uniformità culturale, che include la stessa lingua, analoghe tradizioni e abitudini sociali, una storia comune, simile diffusione dei mezzi di informazione di massa come giornali, televisioni, accesso alla rete internet, in modo da rendere meno traumatici e difficoltosi gli spostamenti dei lavoratori da un paese all’altro all’interno dell’area
 
 
Tuttavia, con il passare degli anni, mano a mano che il progetto dell’Unione Monetaria Europea diventava sempre più concreto (a partire soprattutto dal 1979, quando 11 paesi europei hanno deciso di aderire allo SME, un’area valutaria con banda di oscillazione rigida dei cambi), gli economisti hanno preferito ragionare sui costi e i benefici che comporta l’adozione di una moneta unica. Non mancano le ricerche e gli studi privi di ogni fondamento scientifico, perché spesso venivano finanziati dalla nascente commissione europea ed erano basati sulla rielaborazione di dati falsati e manipolati ad arte per rendere più credibile l’impalcatura fragile della moneta unica europea (nient'altro che spudorata propaganda, insomma).
 
 
Ad ogni modo fra i principali vantaggi di un’unione monetaria possiamo includere sicuramente l’azzeramento dei costi e dei rischi di cambio fra monete diverse e una certa facilitazione degli scambi commerciali, grazie alla maggiore trasparenza dei prezzi e alla migliore integrazione finanziaria. Meno determinanti e misurabili i fattori legati all’aumento di credibilità e al maggiore peso politico nelle trattative internazionali di un’unione monetaria rispetto ai singoli paesi che compongono l’unione, perché un tale giudizio qualitativo dipende molto dal modo in cui viene creata e gestita la struttura politica unitaria (nel caso specifico dell’eurozona abbiamo assistito spesso alla perdita di credibilità a causa dei ridicoli e contraddittori comportamenti dei macchinosi apparati burocratici, commissioni europee, consiglio, parlamento, non di rado in contrasto con le autorità politiche dei singoli stati: chi comanda di più? E soprattutto chi comanda cosa?).
 
 
Fra i maggiori costi associati ad un’unione monetaria dobbiamo invece annoverare la perdita della sovranità monetaria e di autonomia nelle scelte di politica monetaria, che diminuiscono nel complesso le capacità di reazione dei singoli paesi alle crisi economiche temporanee o strutturali. Nel contesto specifico europeo, è stato giustamente notato come la risposta dell’unione monetaria sia poco efficace o tardiva in caso di shock asimmetrici che coinvolgono solo uno o pochi stati dell’unione, mentre diventa molto incisiva e tempestiva qualora si verificassero shock simmetrici che coinvolgono contemporaneamente tutti gli stati (per dirla in altre parole, se la crisi non colpisce direttamente anche la Germania, che è il paese economicamente più forte e politicamente più influente dell’unione monetaria europea, il processo di ricerca e applicazione delle soluzioni potrebbe diventare lungo, frammentario e inefficace, come quello a cui stiamo assistendo in questi ultimi mesi e anni).
 
 
Non è nemmeno trascurabile l’effetto di una minore autonomia nelle politica fiscale di ogni singolo paese, dato che l’unione monetaria comporta una serie di restrizioni (vedi il Fiscal Compact e l’imposizione del pareggio di bilancio) nell’utilizzo della spesa pubblica e del prelievo fiscale che alla lunga possono portare alla paralisi dei parlamenti nazionali e all’inerzia delle manovre di politica interna. Questi effetti perversi delle politiche fiscali, che possono spingere ad eccessi di spesa in alcuni paesi e privazioni in altri, vengono attenuati dalla presenza di un’unione monetaria in cui tutto diventa più impalpabile e rarefatto. Non essendo infatti più sanzionati automaticamente e con immediatezza dalla svalutazione del tasso di cambio come avviene in un regime di cambio flessibile, la copertura rigida unitaria può condurre la classe dirigente ad intraprendere scelte dissennate e infelici nell’ottica di una sempre maggiore deresponsabilizzazione dell’azione politica e delega delle proprie funzioni e competenze ad enti sovranazionali sempre più distaccati e insindacabili (del tipo: cosa me ne frega a me, tanto c’è l’unione europea che copre e giustifica tutto!).
 
 
E arriviamo così alla disastrosa situazione attuale, in cui il dibattito sui vantaggi e gli svantaggi della moneta unica euro ha assunto i connotati di una contrapposizione confusa e disarticolata fra due opposte tifoserie calcistiche, che si sfidano a colpi di slogan e messaggi propagandistici, senza aggiungere di fatto nulla all’analisi scientifica e rigorosa effettuata da Mundell nel 1961. Le fazioni dei pro-euro e dei contro-euro si dibattono con argomentazioni spesso sterili e superficiali, ma se volessimo seriamente rifarci appunto al modello scientifico originario di Mundell e alle sue successive integrazioni, non potremmo non notare innanzitutto e curiosamente come l’eurozona non rispetti quasi nessuno dei criteri richiesti per rendere efficace un’unione monetaria ottimale.
 
 
Nell’eurozona infatti vi è scarsa flessibilità dei prezzi e dei salari, anzi si assiste spesso alla tendenza opposta di alcuni paesi, primo fra tutti la Germania, ad adottare politiche interne di contrazione rigida dei salari e dei prezzi per ricevere qualche vantaggio competitivo in termini commerciali nei confronti dei paesi alleati. A causa delle ampie divergenze linguistiche e culturali nell’eurozona si verifica una ridotta e difficoltosa mobilità dei lavoratori fra i vari paesi aderenti all’unione monetaria. Sempre a causa di diverse ragioni storiche e culturali, legate anche alle differenti abitudini di spesa e dei consumi dei cittadini europei, non è mai esistita e mai esisterà all’interno dell’eurozona una convergenza dei tassi di inflazione e alcuni paesi, sempre in testa la Germania, hanno beneficiato della loro lunga tradizione mercantilista di privilegiare le esportazioni a danno della domanda interna, mantenendo costantemente l’inflazione al di sotto della media degli altri paesi europei e ricevendo ancora una volta vantaggi in termini commerciali.
 
 
Nell’eurozona non esiste una vera e propria unione fiscale, che gestisca in modo razionale e coerente attraverso un governo centrale i trasferimenti finanziari dai paesi più attivi a quelli meno attivi dal punto di vista economico, per limitare gli squilibri commerciali e uniformare le bilance dei pagamenti dei singoli paesi. In ambito fiscale, l’unica cosa certa che esiste nell’eurozona è un’accozzaglia di riunioni e decisioni confuse prese durante i sempre più frequenti e interminabili vertici europei, dove si manifesta tutta l’incompetenza dei tecnocrati europei e la loro incapacità di fronteggiare con buona autorevolezza e lucidità (la cosiddetta governance) i problemi complessi derivanti dalla gestione di un’unione monetaria così debole e malandata.
 
 
Come ha fatto notare bene qualcuno, la stupidità consiste nel ripetere sempre le stesse cose e attendersi ogni volta risultati diversi: ecco l’ottusità ideologica dei tecnocrati europei e dei loro politici e politicanti fantoccio, che spesso sfocia in puro fanatismo, consiste appunto nel ripetere come un mantra alcune convinzioni dottrinali (euro, euro, euro, austerità, austerità, austerità, privatizzazioni, liberalizzazioni, etc) e mettersi poi religiosamente in attesa che gli effetti siano come per magia miracolosi: ma se l’austerità, come tristemente notato, non ha funzionato in Grecia e in generale nella storia della civiltà umana, per quale motivo dovrebbe funzionare in Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia? Sono pazzi tutti gli economisti che da ogni parte del mondo accusano di scarsa lungimiranza la tecnocrazia europea, oppure i pazzi sono proprio questi tecnocrati dall’aspetto così rispettabile e imperturbabile ma affetti da una preoccupante fissità nello sguardo?   
 
 
Ma questi sono solo due degli interrogativi che avvolgono in una nebulosa cortina di fumo l’introduzione di un’unione monetaria in Europa, che sebbene sia un progetto affascinante e umanamente ambizioso, è purtroppo appoggiato su basi scientifiche fragili e indifendibili. A tutti piacerebbe vivere sulle nuvole, ma la fisica purtroppo ce lo impedisce. Una seria analisi scientifica, come abbiamo visto, avrebbe quindi dovuto ragionevolmente condurre i politici europei a mantenere e rafforzare l’unione commerciale già esistente e ben rodata ma ad evitare con cura qualsiasi accelerazione in direzione di un’unione monetaria. E a questo punto, bisognerebbe davvero chiedersi perché sono andati avanti lo stesso? Perché hanno nascosto all’opinione pubblica tutte le magagne? Chi ha voluto veramente la moneta unica? Quali erano le reali intenzioni dei padri fondatori dell’unione monetaria (Mitterand, Kohl, Prodi)? Possibile che nessuno si sia accorto che il progetto dell’eurozona non stava in piedi?
 
 
Possiamo consolarci con l’unificazione della lega calcistica europea in Champions League, ma per il resto, anche il più sprovveduto dei cittadini europei avrà notato che in Europa non è cambiato assolutamente nulla rispetto alle fasi precedenti l’introduzione dell’euro: in ogni paese si leggono i propri giornali, si guardano le proprie trasmissioni televisive, a scuola si insegnano la propria storia, la propria cultura, la propria lingua, a casa si ascoltano le proprie tribune politiche, i dirigenti nazionali sono sospinti dall’opinione pubblica locale (dato che non esiste un’opinione pubblica europea) a seguire le indicazioni e gli interessi egoistici del proprio paese, infischiandosene altamente dei danni causati o delle tragedie arrecate ai paesi alleati. Questa è l’eurozona oggi, un mostro istituzionale giuridico senza capo né coda che non ha alcun senso di esistere, a meno di stravolgimenti epocali nell’organizzazione e nella conduzione dell’unione monetaria stessa, che sono umanamente difficili da prevedere.
 
 
Malgrado siano innumerevoli e difficili da elencare tutti gli appelli dei maggiori economisti  di fama internazionale (in particolare americani, che vivendo negli Stati Uniti conoscono bene cosa sia e come funzioni una vera unione monetaria ottimale) contro il progetto unitario dell’euro, concludo con una frase del grande economista irlandese Wynne Godley, che nel 1992 cercava di mettere in guardia i propri concittadini sui pericoli della moneta unica e sintetizzando bene quali sono i mali dell’eurozona e i motivi per cui il crollo dell’euro è diventato oggi un evento più che mai auspicabile, ammoniva:
 

La incredibile lacuna nel programma europeo è che non c’è nessun progetto di qualcosa di analogo, in termini comunitari, di un governo centrale… Se un paese o regione non ha alcun potere di svalutare, e se non può beneficiare di un sistema di trasferimenti fiscali che tendano ad eguagliare le condizioni, allora non c’è nulla che possa impedirgli di soffrire di un processo di declino cumulativo e definitivo che alla fine farà sì che l’emigrazione sia l’unica alternativa alla povertà e all’inedia.”